Ogni bocca una ferita
UNO. IL REPARTO
Al nono giorno della chiarezza, Ruth Adeyemi non riuscì più a dire a un uomo che stava morendo che non gli avrebbe fatto male, e così rimase in fondo al letto con la bocca aperta come un pesce all'amo, senza dire niente, mentre lui la guardava non dirlo. Capì. Era vecchio e non era stupido e leggeva facce di infermiere da undici mesi. Fu allora che Ruth imparò quanto costa davvero la verità.
Non costa niente a chi mente. Non è mai costata, in tutta la squallida storia della specie, un centesimo a chi mente. Costa a chi aveva bisogno della bugia.
Si chiamava Absalom Kite. Aveva nel pancreas una cosa grande come una prugna che aveva mandato i suoi figli a colonizzare tutto il resto di lui, e per gli standard del reparto stava bene, il che significava che gli restavano forse quattro giorni. Le chiese, perché lo chiedevano tutti, perché è l'unica domanda: Farà male?
Nove giorni prima gli avrebbe detto di no. Avrebbe detto: «La terremo tranquillo, signor Kite», e avrebbe voluto dire farò tutto quello che posso e non basterà e mi dispiace, e lui avrebbe sentito la prima cosa e non la seconda, e avrebbe dormito. A questo serviva la bugia. La bugia era una coperta. Qualcuno, da qualche parte, ha deciso che le coperte fossero una forma di furto.
Quello che uscì dalla bocca di Ruth fu questo: «Sì. Verso la fine il fegato cede e i farmaci smettono di arrivare dove devono arrivare e lei sarà sveglio per una parte e io sarò nella stanza e non ci sarà niente che io possa fare».
Si sentì dirlo. Non riusciva a fermarsi. Era questa la parte che all'inizio nessuno aveva capito, nei primi giorni, quando i telegiornali la chiamavano epidemia di franchezza e i programmi del pomeriggio ci facevano battute e un senatore pianse in diretta per quaranta minuti. La chiarezza non impediva soltanto la menzogna. Impediva l'omissione. Ti apriva come una valvola e tutto quello che sapevi su una domanda usciva da te in ordine, tutto, le precisazioni, le clausole in piccolo, la crudeltà in fondo al cassetto.
Absalom Kite ascoltò tutto. Poi girò la faccia verso la finestra e disse, con molta gentilezza: «Vada, cara. Ha la faccia di una che ha bisogno di sedersi».
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E lei andò, e si sedette nel ripostiglio della biancheria tra le coperte piegate, e pianse per undici minuti, e quando uscì era una delle prime persone sulla Terra a capire che un mondo di onestà perfetta è un mondo in cui i morenti consolano i vivi.
DUE. LA CASA DI MERIDIAN STREET
Teodor Vance era sposato con Ilse da ventidue anni, e all'undicesimo giorno, davanti alle uova, lei gli chiese se l'avesse mai amata.
Sia chiaro: non lo chiese per ferirlo. Lo chiese perché la chiarezza era entrata anche in lei, e una domanda che ti porti dietro per vent'anni è una forma di pressione, e la valvola funziona nei due sensi. Lo chiese come si preme un livido. Si aspettava — credo si aspettasse — una parola. Sì. Aveva messo in bilancio una parola.
Quello che ricevette durò diciannove minuti.
Le disse di sì, ed era vero, e se il mondo fosse stato misericordioso la frase sarebbe finita lì. Ma il mondo aveva scambiato la propria misericordia con l'esattezza a un tasso di cambio su cui nessuno era stato consultato, e quindi andò avanti. Le disse di sì, e le disse quando. Le disse che il sì era stato enorme nel 2044 e più sottile nel 2051 e che nell'inverno del 2058 era diventato una decisione che rifaceva ogni mattina come si rifà un letto. Le parlò di Marisol della contabilità, che non aveva mai toccato, e delle quarantuno sere in cui aveva pensato di toccarla, e poteva dire il numero perché la chiarezza ti dà il numero. Le disse che era rimasto in parte per amore e in parte per aritmetica, perché andarsene costa e lui con i soldi è un vigliacco. Le disse che quando era morta sua madre aveva sentito, sotto il dolore, un piccolo lampo pulito di sollievo, e che aveva passato sei anni a fingere di non averlo sentito, e c'era quasi riuscito.
Ilse non si mosse per tutto il tempo. Teneva in mano la forchetta. Le uova si raffreddarono e ci si formò sopra una pellicola.
Ecco la cosa su cui vorrei che vi fermaste, perché Teodor ci si fermò per tutto il resto della sua breve vita: ogni singola parola che disse era vera, e la loro somma era una menzogna. Ventidue anni non stanno in diciannove minuti. Gli uscì con la forma di un atto d'accusa perché l'atto d'accusa è l'unica forma che passa da quella porta. La chiarezza non lo rese onesto. Lo rese dettagliato voce per voce.
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Lei se ne andò il dodicesimo giorno. Non era arrabbiata. Era quella la parte insopportabile. Disse: «Teodor, ti credo, ogni parola», e portò la valigia giù per i gradini d'ingresso, e la verità rimase in piedi sulla soglia, dietro di lei, con la faccia di lui.
TRE. IL RETROBOTTEGA DELLA FARMACIA DI COYLE STREET
La fila comincia prima dell'alba e gira intorno all'isolato e nessuno parla, perché parlare è il modo in cui si perde tutto, e questo l'hanno imparato tutti in meno di un mese.
Vengono con i soldi e con i gioielli e una volta con un cane, e non vengono a comprare medicine. Medicine non ce ne sono. Vengono a comprare una frase.
Marguerite Sze fa il prezzo che il mercato regge. Ha cinquantasei anni, mani da chimica e faccia da contabile, ed è l'unico essere umano sul pianeta ancora capace di dire una cosa che non è. I virologi vorrebbero moltissimo sapere perché. Le hanno preso il sangue undici volte. Nel sangue non lo troveranno.
Lei lo sa perché. L'ha sempre saputo.
Una cosa come la chiarezza non la costruisci in un laboratorio in affitto con la borsa di una fondazione che credeva, con l'onestà stupida delle fondazioni, che la malattia del mondo fosse l'inganno, e che una specie incapace di mentire sarebbe stata costretta a diventare buona. Non la costruisci, non la provi su te stessa, non la porti in una fiala fredda attraverso un aeroporto, se prima non ti sei raccontata la bugia più grande mai messa insieme da una persona sola: questo servirà. Si era resa immune il giorno in cui aveva cominciato, e l'anticorpo non era nel sangue: era quello che si era fatta alla propria testa per riuscire ad andare avanti. La chiarezza non può toccarla perché dentro di lei non c'è niente da aprire che non abbia già sigillato lei, dall'interno, con le sue mani.
Così vende bugie. È bravissima. Martedì è entrato un uomo e le ha chiesto di dire che suo figlio non aveva sofferto, e lei l'ha detto, e lui ha pianto, e lei si è tenuta l'orologio. Una donna le ha chiesto di dire che era perdonata e lei ha detto sei perdonata, e la donna è uscita in strada con la schiena dritta per la prima volta in nove anni.
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Non è assoluzione e Marguerite non finge che lo sia. Conosce l'aritmetica. Ha rotto il mondo e adesso gli fa pagare l'affitto.
Stasera, in fondo alla fila, c'è una bambina di sette anni circa con una moneta che le ha dato, si vede benissimo, qualcuno che non è riuscito a risponderle.
«La mia mamma torna?»
Ed ecco tutta la rovina della faccenda: Marguerite deve decidere. Ogni bugiardo decide. È questo che la chiarezza ha portato via ed è l'unica cosa che sia mai valsa qualcosa: non l'onestà, che è meteorologia, che ti capita addosso, ma la terribile libertà di aprire la bocca e mettere nel mondo qualcosa che il mondo non conteneva.
Si inginocchia. Prende la moneta, perché è importante che costi qualcosa.
«Sì» dice. «Sta arrivando.»
È la frase più bella pronunciata sulla Terra in tre settimane. La bambina se la porta fuori in strada con tutte e due le mani, come una candela accesa nel vento.
Marguerite chiude la porta. Si siede al buio tra gli scaffali vuoti.
E siccome non è rimasto vivo nessuno che possa sentirla, dice a se stessa la verità.